Sette colori, per una sola immagine.

E uno potrebbe dire: ma non bastavano i soliti quattro?
No. 
Non bastano.

Perché ci sono immagini che chiedono di più. 
Non per capriccio, ma per fedeltà.

Il rosso, quello vero, quello che si usava nei pigmenti antichi, è più saturo di qualunque magenta.
Più caldo, più pieno.
 Se provi a costruirlo con la quadricromia viene bene, magari, ma non viene giusto.

Il blu, nei dipinti bizantini, è carico, vellutato.
Quel blu lì, con ciano e magenta non lo fai.
Ci arrivi vicino, ma lo perdi in stampa.
 Lo abbassi. Lo smorzi.

E l’oro? 
L’oro non è un colore.
 È una superficie. 
Una luce.
Se lo simuli con il giallo e un po’ di nero, ti resta opaco.
Un’idea di oro.
 Che brilla solo nella memoria di chi lo ha visto dal vero.

Per questo si aggiungono i colori speciali. 
Un pantone rosso.
 Un blu dedicato.
Un oro, magari metallico, magari solo simulato, ma separato con cura.

Perché la quadricromia, per quanto precisa, ha un limite.
 Un confine.
E quando ci si avvicina a quel confine, il lavoro della fotolito cambia.

Non si tratta più solo di preparare file. Si tratta di scegliere cosa aggiungere.
Dove. E quanto.

Significa separare aree dell’immagine che il CMYK non può rendere con sufficiente verità. 
Significa costruire canali extra, lastre in più, inchiostri dedicati. 
Significa conoscere l’immagine e i suoi colori prima ancora di cominciare a riprodurla.

Poi tutto si stampa.
 Si sovrappone. 
E sembra un’icona stampata bene, punto.

Ma lì sotto ci sono sette strati.
 Sette passaggi.
Sette decisioni perse in accordo tra la fotolito e lo stampatore che fanno la differenza tra una stampa qualunque e una stampa fedele.

E allora sì, uno può anche dire: bella. 
E voltare pagina.
Ma chi ha separato quei colori sa esattamente perché ha aggiunto l’oro.
 E perché il rosso non bastava.
 E perché, per certi blu, serviva proprio un altro blu.

CDcromo fotolito Vangelo sette colori