
Ma quanti sono i limiti della quadricromia?
Lavora con quattro colori e fa finta che bastino.
A volte bastano, a volte no.
1) La gamma è stretta.
Sullo schermo il blu è sicuro di sé ma in stampa diventa prudente.
I verdi si spengono un po’.
2) La luce non parte, rimbalza.
Qui il colore non emette niente, riflette.
Dipende dalla carta, dalla lampada, dalla giornata.
3) Il nero non è mai nero davvero, sommando tutto viene un marrone che non convince.
Allora c’è il K. Che aiuta e non sempre risolve.
4) Gli inchiostri devono stare allineati. Come piatti impilati bene.
Basta uno spostamento minimo e si vedono difetti di vario genere.
5) Metallici e fluorescenti non ci sono.
Oro, argento, neon: il CMYK li guarda e passa oltre.
Servono colori speciali. Qui la fotolito non può nulla!
6) Ogni supporto cambia il risultato. Lucida, opaca, ruvida.
A volte il colore arriva, a volte si perde per strada.
7) Le sfumature delicate se spingi troppo, sono un rischio.
8) L’ambiente di stampa conta: umidità, temperatura sbagliata, Il colore se ne accorge subito.
9) Le trasparenze non sono mai davvero trasparenti.
In stampa si schiacciano, restano il ricordo di quello che avevi visto a monitor.
10) Correggere costa: tempo, carta, inchiostro. Qui invece entra in gioco la fotolito, che deve interpretare al meglio.
11) I colori puri sono un compromesso.
Il rosso assoluto, il blu perfetto, il CMYK fa quello che può.
La quadricromia non è sbagliata. È solo un linguaggio con regole precise, il problema è pensare che faccia quello che fa uno schermo.
Eppure, con tutti questi limiti messi lì uno dopo l’altro, alla fine succede una cosa semplice e sorprendente: vengono fuori cose belle.
Libri d’arte che li apri con lentezza.
Cataloghi precisi, dettagliati, dove i materiali ti parlano.
Poster che stanno al muro e ti catturano lo sguardo, anno dopo anno.
E dietro tutto c’è il lavoro della fotolito, che rende possibile tradurre il colore dallo schermo alla carta con con la minor differenza possibile.




























