Io a volte ci penso, a questa faccenda dei colori.

Che sono quattro.
Nel senso che non sono cinque, non sono dodici, sono proprio quattro di numero: il ciano, che poi sarebbe un azzurro ma non del tutto, il magenta, che è un rosso bizzarro, il giallo, e il nero. Fine.

Una panchina corta che più corta non si può, come quando da ragazzino mancava sempre uno per fare la squadra e si giocava con chi c’era, e chi c’era faceva quello che poteva, con tutti i suoi limiti.

E questi quattro qui, poveretti, scendono in campo e hanno dei limiti che fanno spavento. Nel senso che se tu vuoi tirare fuori un arancio squillante, o un verde brillante, loro si mettono lì, si sforzano, ma viene fuori quello che viene fuori, una roba da sintesi sottrattiva, che fa quello che può, poverina.

Però.
C’è un però che a me fa venire una specie di stupore.

Che la gente crede che per stampare basta la macchina da stampa.

E invece no. C’è un mestiere vivo, che si fa oggi, adesso, tutti i giorni, che è il mestiere della fotolito.

Solo che adesso lo chiamano postproduzione, calibrazione colore, gestione dei profili, che sembrano parole da ingegneri e invece è sempre la stessa roba lì: gente che si mette davanti a un monitor tarato al millimetro e guarda le curve, i valori, i punti di retino, e sa esattamente come far dialogare quei quattro disgraziati con la carta prima ancora che la macchina si muova.
Sanno dove togliere un punto di nero, dove spingere il magenta, come fare in modo che un incarnato non sembri un salame cotto.

E allora succede una cosa incredibile.
Succede che tu prendi in mano certi libri, certi cataloghi d’arte appena usciti di macchina, e sono bellissimi.

Ma splendidi, di una bellezza che ti chiedi ma com’è stato possibile.

Com’è stato possibile che con una panchina così corta, con solo quei quattro colori lì e la testa di chi sa calibrarli, sia saltata fuori una meraviglia del genere.

Non lo so com’è possibile. Cioè, tecnicamente lo so, ma fa impressione lo stesso.

Carlo Cavicchio

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